Danilo Rea in concerto a Bologna Jazz Festival

Martedì 5 agosto alle ore 21:15 andrà in scena il secondo appuntamento della rassegna Giardini al CUBO targato Bologna Jazz Festival. Dopo il grande successo ottenuto dal Terell Stafford Quartet lo scorso giugno, nella cornice del giardino sopraelevato di Porta Europa questa volta si esibirà il Danilo Rea Trio featuring Ares Tavolazzi e Fabrizio Sferra.

Anche questa sera i giardini al cubo sono gremiti. Sono le ore 20.15 e già si fatica a trovar posto nonostante le oltre 500 sedie disponibili. Tutto ciò mi rende felice, la gente ha sete di musica.
Il pubblico intorno a me è così eterogeneo, potrei definire il target: 5-70. La musica unisce, questo è un dato di fatto ed i fatti lo dimostrano… ma ai nostri politici, soprattutto a quelli seduti in parlamento che pensano solo alla legge elettorale o italicum, tutto ciò sembra non interessare. (vedi situazione del Teatro Valle ndr. ) Ed è così che mi appresto ad assistere ed incontrare per la prima volta il grande pianista Danilo Rea che purtroppo mi sono perso durante la scorsa stagione di RoxyBarTV dove accompagnava Gino Paoli al pianoforte. La parola d’ordine di questa sera sarà solo una: Jazz.

Chi è Danilo Rea?

Danilo Rea, uno dei talenti pianistici più versatili del panorama italiano, ha debuttato nel jazz nel 1975 con Enzo Pietropaoli e Roberto Gatto, formando il Trio di Roma e collaborando, negli anni, con grandi nomi del jazz americano come Chet Baker, Lee Konitz, John Scofield, Joe Lovano e Art Farmer. Nel 1997 dà vita, con il contrabbassista Enzo Pietropaoli e il batterista Fabrizio Sferra, ai Doctor 3. Anche in ambito pop sono numerosissime le sue collaborazioni, come pianista di fiducia di artisti quali Mina, Claudio Baglioni, Pino Daniele e Gino Paoli.

Danilo Rea, pianoforte; Ares Tavolazzi, contrabbasso; Fabrizio Sferra, batteria.

La serata inizia senza bisogno di grandi presentazioni. Il pubblico è attento e ben preparato. Il trio viene anticipato sul palco e parte l’applauso, maestoso.
L’inizio è flebile. Quasi a volerci comunicare “Hey, adesso iniziamo eh. Fateci solo un attimo sfiorare gli strumenti che cerchiamo la giusta ispirazione per questa sera”, detto fatto. Nemmeno due minuti di “riscaldamento” ed ecco che il trio sfocia in un’improvvisazione da maestri quali sono, portandoci in un viaggio etereo fatto di speranza, velocità, delicatezza, cambi di registro, stupore, magia. Questo è jazz signori e questo signore ha un nome: Danilo Rea.

Si continua. Questo secondo brano in alcuni punti mi ricorda qualche passaggio de “il pescatore” di De Andrè e non so il perché, ma è anche questo il bello del jazz. Farti associare qualcosa inconsapevolmente. Il tutto egregiamente posato ed inframmezzato da qualche assolo qua e là. Gli assoli di batteria però nel jazz, ahimè, non li ho mai capiti. Sarà forse una mia deformazione da pianista? Ce ne sono alcuni durante tutto il concerto ma devo dire che rimangono perfetti in termini di durata e di colore del solo. Mai invasivo, sempre nei giusti canoni e rispettosi verso il pubblico. Complimenti a Fabrizio (alla batteria).

Un’immagine che voglio portarmi a casa questa sera è il riflesso dei musicisti sul soffitto sopra al palco. Il palco è illuminato da sinistra a destra dai colori, in ordine: rosa, fucsia, viola. Riflettendo l’immagine sul soffitto scatto un’istantanea ed ecco volteggiare sul rosa le mani di Danilo che volano sul piano. Al centro nella parte fucsia abbiamo la figura verticale di Ares che si fonde con il contrabbasso in micro movimenti quasi impercettibili, per poi finire sul viola di Fabrizio che è invece un susseguirsi di su, giù, destra, sinistra, all’interno del quale puoi tranquillamente riconoscere le bacchette della batteria.
Assieme a quest’immagine voglio portarmi dietro le urla e le grida tipiche del pubblico jazz che d’improvviso si alzano durante un solo, un passaggio inaspettato, oppure una citazione infilata qua e là durante l’esecuzione. Ed è così che si ripete questo gioco tra pubblico ed esecutore, diverse volte su “Over the raimbow” , inconfondibile fin dalle prime note anche se incastrate egregiamente da Danilo in un’improvvisazione da grande maestro qual è.

Inaspettatamente arriva un “How deep is your love” dei Bee Gees. Non me lo sarei mai aspettato… nemmeno il pubblico credo. In molti attorno a me la sussurrano. Ancora una volta la musica unisce. Ed è su questo brano che il trio ci saluta. Omaggiato da una sala in delirio.
Ovviamente è solo un non-finale. Il trio ci regala ancora una grande rivisitazione eseguendo in un jazz così delicato il brano “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo, sciogliendo nuovamente il pubblico che sussura il brano in silenzio. Attorno a me vedo coppie di tutte le età cantarsi negli occhi questo fantastico brano della nostra storia italiana.
Il trio ci saluta ma a grande richiesta concedono un bis. Ci salutiamo sul brano “Cheek to Cheek” di Frank Sinatra. Quest’ultimo non l’avevo mai sentito prima ed è una grande scoperta, soprattutto in questa versione inedita. Si accendono le luci, anche questa sera la musica ci ha unito. La musica ha questa grande forza che è quella di legare le persone in un linguaggio universale, attraversando le profondità della nostra esistenza per cercare di donarci ancora quella speranza che tanto ci serve per affrontare questo grande viaggio che è la vita.

Quello che mi porto a casa questa sera sono due concetti molto importanti:

– nella vita non si finisce mai di imparare
– prendi la vita come il jazz: in totale libertà.

Anche se non è un brano di questa sera, vi faccio ascoltare questa interpretazione di “Almeno tu nell’Universo” di Mia Martini.

Buonanotte Bologna.

Ho sempre sognato di poter scrivere liberamente di musica. L’articolo che hai appena letto rientra nel mio progetto che ho chiamato menomasia (unione delle parole meno male così sia); menomasia non è solo una rubrica musicale, ma è al contempo la speranza di poter continuare ad inseguire la musica, quella vera, vissuta nei live. Al di fuori degli schemi commerciali tradizionali. 
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